Tao te Ching

Yin e Yang

il Taijitsu

Il Tao Te Ching è uno dei libri più letti, studiati, tradotti e interpretati della storia. E’ attribuito al padre della filosofia (prima che religione) Taoista, Laozi, ed è composto da soli 5000 ideogrammi, divisi in 81 capitoli. Tuttavia consiglio di non farsi trarre in inganno dalla brevità di questo libro: infatti è un poema pieno di metafore e similitudini molto, MOLTO difficili da comprendere.

Certamente la distanza cronologica (la sua stesura viene datata in un periodo compreso tra il 5° ed il 3° secolo a.C.) e geografica (i pressochè inesistenti contatti culturali tra Europa e Cina non aiutano di certo) contribuisce a spiegare perchè questo testo risulti così ermetico agli occhi di un occidentale. Si sospetta poi che le tavolette di cui era composto si siano nei secoli mescolate aumentandone le difficoltà di interpretazione, il che evidentemente lo rende ostico anche ai cinesi stessi… Ciononostante, il “Libro della Via e della Virtù” (come viene chiamato) resta indubbiamente una interessantissima fonte di idee, ricco di originalità e intuizioni geniali.

Il Tao (la “via“) è inteso sia come meccanismo che guida l’Universo, sia come stile di vita da seguire. C’è un po’ di manicheismo, reinterpretato con una manciata di “mesotes” (il giusto mezzo) aristotelica, il tutto condito da vacuità buddhista e skepsis tipica dello scetticismo greco. I Tre Gioielli del Tao sono compassione, semplicità e pazienza. L’invito a non eccedere, alla non prevaricazione, a non entrare in competizione, e in generale all’umilta del singolo a favore del bene plurale penso sia emblematico, e non stupisce il fatto che il Taoismo abbia avuto tanta influenza in estremo oriente.

Tutti gli opposti che formano l’Universo sono manifestazione del Tao, e i due principi cosmici Yin e Yang che distinguiamo con i sensi, intrecciandosi danno forma alle “10.000 cose” come le chiama Laozi. Tuttavia i sensi non possono condurre al Tao, che non può essere percepito nè tantomeno spiegato. Solo con l’intuizione saremo in grado di abbracciare il Principio di tutte le cose. La realtà che ci arriva dai nostri sensi non è che un mescolarsi dei due principi, i quali si compenetrano, rigenerando continuamente il dualismo, come il simbolo del ciclo taoista (il taijitu, immagine a sinistra) esprime perfettamente in modo grafico.

Il secondo cardine del Tao è il vuoto. Come l’essenza del vaso non è la terracotta ma il vuoto che serve per contenere, così il wu (il vuoto, appunto) è fecondità, è potenziale costruttivo di tutte le cose. Wu inteso anche come principio di non azione (wei-wu-wei: azione senza azione), che non significa non agire ma evitare progetti troppo ambiziosi, non forzare ma lasciar fare. La natura seguirà il suo corso. Per riassumere con una frase: Dio è nel vuoto (da non confondere con il nichilismo).

Qui si innesta quella che a mio modo di vedere è la più grande intuizione del Taoismo: quello che più conta è ciò che non vediamo, ciò che non sentiamo, ciò che non possiamo spiegare.

Il Tao

Tao

Ma che va intuìto.

Ed effettivamente tutta la fisica moderna si rifà a leggi ed elementi primari che non vediamo (come gli atomi o la forza di gravità) ma che ipotizziamo basandoci sull’esperienza. O -per tornare alla vita quotidiana- in un discorso non sono le parole a definire il significato principale ma i toni, la forma che conta più della sostanza. E se proprio vogliamo dirla tutta, decreta la superiorità del sesso femminile, che accoglie quello maschile per generare la vita.

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