L’Albero della Vita

Gustav Klimt, L'Albero della Vita, 1911

Gustav Klimt, L'Albero della Vita, 1911

Nel Kashmir, regione divisa tra India, Pakistan e Cina, l’Albero ha nella cultura e nella vita un’importanza cruciale.  Non per niente alcuni fanno coincidere il Kashmir con il Paradiso Terrestre, e una mela, frutto proibito dell’Albero della Conoscenza del Bene e del Male, costò all’Uomo non solo la cacciata dall’Eden, ma anche il divieto di consumare i frutti di un altro albero: l’Albero della Vita. Dal Kashmir viene anche il Simurg, l’uccello che vive sull’Albero dei Semi, il cui compito è disperderne le spore (o metaforicamente di elargire conoscenza).

Quando un bambino nasce nel Kashmir, viene piantato un albero, solitamente un noce. Una sorta di doppia esistenza umana e vegetale.

Spiega Salman Rushdie: “L’albero della nascita è una sorta investimento. Quando un figlio raggiunge la maggiore età, il noce cresciuto diventa una sorta di polizza d’assicurazione maturata; è un albero che ha un suo valore, si può venderlo per pagare le nozze o per avviare una carriera”. L’esistenza umana abbandona la giovinezza e l’esistenza vegetale viene fatta a pezzi e venduta. “L’adulto abbatte la propria infanzia per aiutare il proprio io cresciuto”.

Non so quanto questa usanza possa adattarsi alla nostra cultura ma soprattutto alla nostra economia: non basta certo un albero a finanziare una nuova vita in occidente. Ma quello che mi fa pensare è la metafora violenta del passaggio: il taglio della pianta che ti accompagna nella crescita; il sentirsi tagliati come ramo dell’albero genealogico, e ripiantati altrove per crescere per talea. Rushdie la considera “una spaventosa mancanza di sentimenti” e in una nazione come l’India che conta un miliardo di abitanti (e quindi un miliardo di alberi che vengono tagliati), direi anche un bel danno ambientale…

Dall nostre parti si usa dire che “la mela è caduta vicina/lontana dall’albero” per indicare se il gap generazionale abbia scavato solchi più o meno profondi tra noi e i nostri genitori. Personalmente spero di non essere caduto troppo lontano ma nemmeno così vicino da ripeterne gli errori. Tagliare l’albero e distaccarsi dal passato la trovo una violenza eccessiva: in fondo siamo quello che la nostra storia ci ha fatto diventare, la strada che abbiamo intrapreso è il risultato delle nostre scelte tra le infinite a nostra disposizione quando siamo venuti al mondo, e la nostra famiglia è la prima (e per molto tempo l’unica) bussola che ci permetta di orientarci tra questi sentieri sconosciuti. Che pian piano si riducono da mille fino ad uno solo: la persona che vediamo allo specchio ogni mattina (o qualche volta di più a seconda del narcisismo).

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  1. Sai che nel mio paese c’era (ora non so se c’è più) la stessa usanza? Per ogni bambino nato si piantava un’albero e si lasciava ai genitori un certificato! Secondo me è un gesto bellissimo!

    • infatti piantarlo è un bellissimo gesto… tagliarlo per venderlo un po’ meno, a mio modo di vedere… piuttosto cinico… 😦

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