Negro è il nuovo Nero

Una mattina vi svegliate; con gli occhi semichiusi e gonfi andate in bagno, aprite il rubinetto e vi sciacquate il viso. Poi alzate lo sguardo allo specchio sopra al lavandino… e scoprite un nuovo neo. Ieri non c’era. Un puntino nero in una faccia rosa non lo potete non notare.

Vi vestite e uscite per andare al lavoro. In stazione, o al bar, o nel traffico cittadino… Vi incrocia una persona di colore. Non potete non notarla: è una faccia nera in un mare di facce rosa. Non so cosa pensiate voi mentre osservate questa faccia scura. Io una volta mi chiedevo da dove venisse, cosa l’avesse spinto nel nostro paese e quale fosse la sua storia. Ero affascinato dall’esoticità di un volto che spicca sempre e comunque, nel “mucchio”.

Poi sono stato in Africa, e lì ero io la sola chiazza rosa in un mondo di volti scuri. E per quanto le domande che leggevo nel volto di chi mi osservava fossero palesemente le stesse che mi facevo io, per quanto non ci fosse nessuna ostilità in quei mille grandi occhi che mi scrutavano, ho capito che non importa da dove vieni, non importa cosa ti porta a mescolarti tra persone che hanno un colore della pelle diverso dal tuo, non importa la tua storia. Sei un pezzo che stona nel puzzle che ti circonda. Ti senti osservato, esaminato, mentre tutte le teste seguono i tuoi movimenti. Ti senti nudo, vestito solo della tua pelle che è del colore sbagliato.

E’ razzismo questo? Io non credo. Il razzismo è patologico. Il razzismo sta alla curiosità come un melanoma ad un neo. E’ il diverso che si fa paura, la paura che si fa odio, e in alcuni casi l’odio che si fa violenza. La diversità è una cosa cui bisogna abituarsi, come una nuova pettinatura, o un paio di scarpe appena comprate. In una città come la mia, il diverso si sente ancora sotto esame. In una città come Londra il diverso ha tutt’altra concezione. Devi impegnarti pesantemente per evidenziare la tua diversità in un mondo in cui la normalità è un meltin pot. Caso strano: i punk sono nati proprio in quelle città come Londra e NY che avevano imparato a non stupirsi più di nulla.

La diversità è ricchezza, se indirizzata nel modo giusto. Come il neo sul viso di Marylin, che nell’imperfezione lo rende unico.

Oggi quando incrocio una persona evidentemente non caucasica non la osservo più. Non mi chiedo più da dove venga, cosa l’abbia portata qui e quale storia affascinante o terribile potrebbe raccontare. No, oggi mi guardo intorno. Guardo se le altre teste rosa come la mia si girano per seguire il punto nero, cerco di leggere in loro le stesse domande che mi facevo io, e sorrido pensando ai bambini, e a come anche loro osservino con gli stessi occhi sgranati le “novità” che offre loro il mondo.

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  1. Io invece mi chiedo ancora da dove venga, da quanto sia qui, se sia uno dei pochi fortunati con un lavoro oppure bighelloni tutta la giornata in cerca di uno..

    • in realtà un lavoro ce l’hanno praticamente tutti quelli “evidentemente non caucasici”… Cinesi e africani sono tutti qui perchè hanno famiglie da mantenere. Che poi alcuni lavori non siano precisamente legali è un altro discorso, molto più complesso… Diciamo in generale che la delinquenza non ha razza nè colore nè religione.

  2. Pure io mi chiedo perché è qui e se è venuto per cercare lavoro, se si comporta bene, se lo trattano bene o se è solo uno degli idioti che vengono qui e pretendono di comandare.

    P.S. odio i nei nella scorsa estate me ne saranno venuti fuori una ventina di nuovi -.-°

    • vista l’odissea che devono passare per arrivare da noi continuo a chiedermi quale storia avrebbe da raccontare, e visto che anche gli extracomunitari che delinquono il 90% delle volte vengono gestiti da italiani, mi chiedo chi tra me e lui si renda conto di cosa sia l’Italia.

    • isi1987
    • 5 maggio 2010

    Io, prima di fare il viaggio in Africa l’anno scorso, non mi limitavo a pensare da dove potessero venire ma nella mia mente partiva un film che li immaginava nella loro terra…dopo esser tornata da Zanzibar ho capito che x loro venire nal “nostro” mondo è una tortura obbligata x poter dar da mangiare alla loro famiglia…nella loro terra sorridono, non sanno nemmeno cos’è piangere, pur vivendo nella povertà assoluta…e vedere il sorriso di un bambino di colore nel momento in cui riceve una banalissima caramella come se gli avessi regalato l’oro + prezioso del mondo ti lascia totalmente spiazzato..senza parole ma con un senso di libertà e felicità imparagonabile…Quì da noi nn sorridono…quì da noi si sentono puntare dita addosso…si sentono cacciare da case, posti di lavoro…quando noi da loro diventiamo parte della famiglia…ti offrono quel poco che hanno come segno di amicizia e di pace…Noi “bianchi” dovremmo prendere esempio da loro…e imparare molte cose…come loro imparano a sopravvivere nella nostra “giungla”…

    • Infatti se confronti una qualunque cultura considerata “arretrata” ma nomade, scopri un’ospitalità che noi non riusciamo neanche a concepire. Ci sono popolazioni come gli Inuit (quelli che noi chiamiamo eschimesi) che offrono persino la moglie a chi si presenta in visita…
      Noi siamo stanziali da secoli e abbiamo perso il senso dell’ospitalità. Siamo gelosi di quel poco che possediamo e non ci rendiamo conto che per quella miseria che gli offriamo loro rischiano la vita. Non voglio generalizzare in senso “buono” come non lo voglio fare in senso “cattivo” ma è assurdo vedere un senegalese come un potenziale delinquente. Rischiano la vita in un viaggio assurdo per mandare i soldi a casa, quanti di noi farebbero lo stesso? Per me meritano più rispetto di chi cerca successo e soldi facili con i reality, per dirne una.

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