Dimissionari e dimissionati

Berlusconi vs FiniVogliono fare il gruppo? Facciano quello che vogliono, sono fuori dal partito”, sono state le parole rivolte ai finiani da Berlusconi durante il vertice del Pdl. Per poi rincarare in conferenza stampa: “Non sono più disposto ad accettare il dissenso, un vero partito nel partito. Viene meno la fiducia nel ruolo di garanzia del presidente della Camera.”

Cosa sarà mai successo da scatenare le ire del nostro presidente del Consiglio nei riguardi della terza carica dello Stato? E soprattutto: cosa vorrà dire “viene meno la fiducia nel ruolo di garanzia del presidente della Camera?” Non si vota la fiducia sui presidenti di Camera e Senato. La fiducia si vota sul Governo. Berlusconi non ha nessun potere sulla carica istituzionale di Fini. Si ha quasi l’impressione che però il buon Silvio voglia avere potere su tutto e tutti…

Ma andiamo per ordine, e facciamo un po’ di storia.

Più o meno da sempre le presidenze di Camera e Senato venivano divise: una ad un esponente della maggioranza di governo, l’altra ad uno dell’opposizione. Questo fino alla XII Legislatura, quando nel 1994 la coalizione vincente guidata proprio da Silvio Berlusconi piazza alla Camera Irene Pivetti (Lega Nord) e al Senato Carlo Scognamiglio (Forza Italia). La consuetudine poi si conservò anche nella Legislatura successiva quando vinse il CentroSinistra con Prodi alla guida, e si mantiene a tutt’oggi. Infatti la seconda carica dello Stato è andata a Renato Schifani, ex Democristiano siciliano reclutato da Forza Italia 15 anni fa e successivamente confluito nel PdL.

Ora passiamo alla storia del dissenso tra Berlusconi e Fini, che ha portato in questi giorni all’allontanamento dal partito di quest’ultimo.

A quanto pare il pomo della discordia risale a 3 anni fa. Erano infatti i primi di settembre del 2007 quando dalle pagine dei quotidiani i due iniziarono a pizzicarsi a vicenda; all’epoca erano alla guida di due dei principali partiti dell’opposizione: Forza Italia e Alleanza Nazionale, ed erano in atto le prove generali di fusione.

Poi, il 15 novembre dello stesso anno fallì la spallata all’allora Governo Prodi sulla Finanziaria, e i due ricominciano a battibeccare sulle pagine dei principali quotidiani. Finchè il 18 dello stesso mese, prima Fini chiese apertamente più unità nella coalizione, e poi Berlusconi annunciò unilateralmente la nascita del Popolo delle Libertà. In quello che divenne famoso come il discorso del predellino (in quanto il palco improvvisato era proprio il predellino di un’auto) Silvio sciolse ufficialmente Forza Italia invitando Alleanza Nazionale a fare altrettanto, e a confluire proprio nel Partito del Popolo delle Libertà. Nella stessa occasione preannunciò le primarie per la scelta del premier (mai avvenute) e che il nome del partito sarebbe stato deciso a furor di popolo (e infatti prevalse il nome Popolo delle Libertà). Berlusconi sul predellino

In un primo momento nessuno degli alleati di Forza Italia scelse di confluire nel PdL. L’UDC era fortemente contraria e verrà infatti esclusa dalla coalizione alle elezioni successive, mentre alla Lega venne lasciata libertà ed autonomia. Anche Fini continuò a nutrire molte riserve sulle modalità di unificazione dei due partiti, dichiarando sulle pagine di Libero (ai tempi diretto dallo stesso Vittorio Feltri che ora lo attacca dalle pagine de Il Giornale, quotidiano di proprietà della famiglia Berlusconi) “Il Cavaliere ha fatto tutto da sé. Ha messo in piedi i Circoli della libertà con la Brambilla. Poi ha creato il Partito della libertà senza neanche avvertire i suoi amici di Forza Italia, quindi ha distrutto la Cdl. Conclusi i giochi, a regole scritte (alla stesura delle quali non siamo stati chiamati a partecipare) dovremmo bussare alla sua porta col cappello in mano e la cenere sulla testa? Non siamo postulanti. I progetti si ideano insieme e si realizzano insieme, se si vuole andare lontano.

Assonanza piuttosto marcata con le dichiarazioni pubblicate sui giornali in questi giorni: “Sostenere che devo lasciare la presidenza della Camera dimostra una logica aziendale modello amministratore delegato di un consiglio di amministrazione che non ha nulla a che vedere con le istituzioni democratiche” si legge sulle pagine dello stesso Libero (mantenendo per conformità la stessa fonte).

Cosa ha quindi convinto Fini a confluire nel PdL nell’anniversario della morte di Pino Tatarella (che tanto si battè per la creazione di un partito unico del centrodestra) l’8 febbraio 2008? Lo si può capire dalle sue dichiarazioni (ovviamente tratte sempre da Libero): “È cambiato il patto politico. Ero e sono contrario a confluire in un partito deciso unilateralmente da Berlusconi, della serie: prendere o lasciare. Così non è: tutto quello che stiamo costruendo e che costruiremo fa parte di un progetto condiviso assieme. Il Popolo della libertà che stiamo proponendo agli italiani non nasce a San Babila, sul predellino o ai gazebo: nascerà nell’urna il 13 e 14 aprile“. Casini invece non si fidò del “progetto condiviso” e il 13 febbraio rinunciò all’annessione dichiarando: “Un polo liberale non può nascere con richieste di annessione.” Il che per una volta suona anche sensato.Fini

Cosa si deduce da tutto ciò? Evidentemente a Fini erano state date rassicurazioni riguardo al potere decisionale all’interno del partito, che non sarebbe stato tutto a carico del suo leader Berlusconi, rassicurandolo che le strade da seguire sarebbero state decise di comune accordo. Ed evidentemente secondo Fini questo non è avvenuto. In pratica le promesse di una parte di rilievo nella condivisione delle scelte del nuovo partito sarebbero state disattese. Strano, chi avrebbe mai immaginato che Silvio Berlusconi non mantenesse gli impegni presi?

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  1. A me Fini non piace. Mi sa tanto di furbetto. E poi non m’incanta con questa storia del Berlusca imbroglione e opportunista: se ne accorge solo ora che è così? Come dici tu, se hanno divorziato di sicuro c’è qualcosa che va aldilà delle belle parole e dei principi da rispettare. Bah.

    • sono assolutamente d’accordo, non tanto sul furbetto (per essere arrivato dov’è arrivato dev’essere pure peggio che furbetto) quanto sulla poco credibile illuminazione lungo la strada per Damasco.
      Sfortunatamente Berlusconi ha avuto la fiducia e non ho potuto comprovare la mia tesi che fosse solo un gioco al rialzo per contare di più in coalizione.

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