Mediare in medio oriente

L'evoluzione di Israele e Palestina

L’evoluzione di Israele e Palestina

Siamo alle solite… bombe, missili, razzi, morti, guerra. Questo è più o meno il sentimento comune quando si pensa ad Israele. “Sempre la solita storia“.
Ed ecco che bombe, missili, razzi, diventano numeri. E anche i morti, diventano numeri. Dimenticando che fino a ieri, quelle erano persone vive, avevano un futuro. Ora sono il passato. 

Sono 164 i morti tra le fila palestinesi, 6 in quelle israeliane. Il che suona un po’ strano, dato che i più superficiali sostengono che Hamas attaccava e Israele difendeva. Quindi o sono bravissimi nel contropiede, oppure non è proprio così che stanno le cose.

Essendo un po’ meno superficiali, ricorderemmo infatti che l’escalation era nata da quella che venne definita “azione chirurgica” per eliminare Ahmed Saed Al Ja’abry, 52 anni, comandante delle brigate Al-Qassam di Hamas. È evidente che le nozioni di chirurgia in quella parte del mondo differiscono dalle nostre, dato che in realtà si è trattato di una serie di raid aerei (più di 40 solo il primo giorno, giovedì 15 novembre, per inaugurare l’operazione “Cloud Pillar“, cioè “Colonna di fumo”) che hanno bombardato obiettivi militari e civili (che in quelle zone si mescolano gli uni agli altri) uccidendo, oltre al militare, altre 7 persone. 5 di loro non arrivavano a 20 anni, uno era un bambino di 7 anni e uno aveva solo 11 mesi. A questo primo attacco, Hamas ha reagito lanciando razzi (che si differenziano dai missili perché sono puntati “a caso“) a centinaia verso le città israeliane meridionali, alcuni anche su Tel Aviv, provocando in totale 6 morti. Israele quindi ha comunicato che avrebbe intensificato gli attacchi, per “difendere il popolo” dalla rappresaglia araba.

I più superficiali potrebbero obiettare che Israele si difende da un attacco che ha procurato lei stessa. Perché non sono mica scemi, questi sionisti. Se sopravvivono (e confrontati con i vicini palestinesi si può dire che prosperino) in mezzo a quell’inferno da decenni, è proprio perché sanno cosa rischiano lanciando missili in casa d’altri. Una rappresaglia con danni collaterali calcolati, previsti ed accettabili.

Ma a questi superficiali, verrà risposto che tra gli obiettivi colpiti, ci sono terroristi responsabili della morte di decine di israeliani. Che bisogna andare più a fondo, e non fermarsi a questi ultimi giorni. Che il problema è più antico.

Bene, io questo blog l’avevo creato apposta per guardare oltre le apparenze, quindi vediamo di andare indietro nel tempo.
Per non cominciare dagli inizi, dalla Genesi biblica in cui la realtà si confonde con il mito, potremmo partire dall’Impero Romano. Quando l’imperatore Tito prima, e Adriano poi, perseguitando gli ebrei in Palestina li costrinsero alla “Diaspora“, cioè a disperdersi nel mondo lasciando la loro terra natìa.
Quindi, se proprio vogliamo cercare un colpevole al casino che sta succedendo, lo troveremmo in casa nostra: i Romani.
Caduto l’Impero Romano, nel passare dei secoli la Palestina passò di mano in mano, subì le Crociate, fino ad essere assorbita per 400 anni dall’Impero Ottomano.
Con la sconfitta turca nella Prima Guerra Mondiale, la regione finì sotto il controllo inglese. Più o meno nello stesso periodo, a fronte di movimenti antisemiti nati in diverse nazioni europee, come pure in Russia e in Cina, nel disperso popolo ebraico nacque il bisogno di trovare una terra che li accogliesse. Per citare il motto sionista: “Una terra senza popolo per un popolo senza terra“.
La scelta più ovvia fu la Palestina… peccato però che quella terra non fosse senza popolo. Per gli ebrei era la “Terra Promessa“, per i palestinesi, casa loro. Ma alla popolazione araba residente venne assicurato che i nuovi coloni non avevano intenzione di prendere il controllo del territorio, che cercavano solo un posto dove vivere.
Poi arrivò la Seconda Guerra Mondiale. Gli ebrei ovviamente schierati contro Hitler, gli arabi con l’Asse, nella speranza di levarsi inglesi e francesi dalle scatole. Come andò a finire lo sapete… ma a quel punto trovare un posto sicuro per il popolo ebraico divenne una priorità. E il posto era già pronto: la Palestina!
Così l’ONU scelse (il verbo “impose” non sta bene, ma sarebbe più adeguato) una divisione del territorio in base alle etnie: i territori a maggioranza ebraica sarebbero divenuti lo Stato di Israele, quelli a maggioranza araba avrebbero formato lo Stato di Palestina. Che però non è mai nato.
L’Inghilterra, conscia dei problemi che questo avrebbe creato, e che così facendo veniva meno alle promesse fatte 25 anni prima, si astenne dalla votazione. Mentre gli Stati Uniti la appoggiarono caldamente, felici di piazzare un pied-à-terre nel cuore del mondo arabo. Tutto questo mentre le truppe inglesi presenti nel territorio subivano grosse perdite a causa di attacchi terroristici, che a quell’epoca però erano portati avanti da gruppi ebraici.
Ovviamente gli stati arabi votarono contro la mozione dell’ONU, che venne comunque approvata. Ma da allora non hanno mai riconosciuto l’esistenza dello stato di Israele (motivo per cui si sente spesso dire che i sionisti “difendono il loro diritto di esistere“).
Ma se lo Stato di Israele ufficialmente esiste (almeno per il mondo occidentale), i due Stati di Palestina non hanno mai visto la luce. Perché non appena gli inglesi levarono le tende, la Lega Araba (Egitto, Iraq, Giordania, Arabia Saudita, Libano e Siria) mosse guerra contro Israele. E la perse. Di conseguenza i palestinesi si videro ristretti i propri confini, e invasi da eserciti stranieri, per quanto arabi. Molti di loro finirono con il diventare profughi di guerra, malvisti nelle nazioni confinanti e mai del tutto integrati.
Negli anni successivi, Israele ebbe modo di dimostrare la propria superiorità militare prima vincendo una breve guerra contro l’Egitto che gli impediva l’accesso al Canale di Suez (1956), e poi annichilendo in soli 6 giorni le forze armate di Egitto, Siria e Giordania (la “Guerra dei 6 giorni“, 1967) arrivando a conquistare il Sinai, tutti i territori palestinesi occupati (comprese la Striscia di Gaza e Cisgiordania) e le alture del Golan, strappate alla Siria.
Ne seguì una sorta di “guerra fredda mediorientale” tra arabi ed ebrei, i primi intenzionati ad eliminare quelli che considerano intrusi, e i secondi combattuti tra la semplice sopravvivenza e l’annessione forzata dei territori ostili.
Si arriva così agli anni ’80, alla prima intifada, una rivolta di massa nata dalla disperazione e dalla frustrazione dei palestinesi, confinati in campi profughi enormi e senza diritti civili. Da una parte soldati pienamente equipaggiati per la guerra ma non per le rivolte civili, dall’altra per lo più ragazzi armati di sassi e qualche molotov. Risultato, dopo 6 anni di scontri: 100 morti tra i civili israeliani, 60 tra i soldati, oltre 1150 morti tra i civili palestinesi, più altrettanti uccisi dagli stessi arabi perché accusati di essere fiancheggiatori dei sionisti. E una condanna dell’ONU ad Israele per aver violato la Convenzione di Ginevra, utilizzando munizioni da guerra contro civili indifesi.
Risultato politico: praticamente nessuno. L’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) rafforza la sua posizione, l’opinione pubblica mondiale si spacca in due, gli Stati Uniti continuano a difendere a spada tratta Israele e rendono di fatto impossibile qualunque passo avanti in direzione della pace. A questo si aggiunga il comportamento provocatorio della destra sionista con Ariel Sharon prima e  Benjamin Netanyahu poi, come la colonizzazione illegale ebrea nei territori occupati, il rifiuto al rimpatrio dei profughi e, ciliegina sulla torta, la visita provocatoria di Sharon e una massiccia scorta militare alla Spianata delle Moschee, luogo sacro per gli arabi.
L’escalation del clima di conflitto, porterà nel 2000 ad una seconda intifada, molto più sanguinosa della prima, con palestinesi che si fanno esplodere sugli autobus e israeliani che demoliscono le abitazioni di attentatori e famigliari. Rivolta che sarà fatale a Yāsser ʿArafāt, già premio Nobel per la Pace 10 anni prima grazie ai negoziati per la conclusione della prima intifada, che morirà nel 2004 in esilio a Parigi, considerato da tutti un terrorista, in realtà incapace ormai di controllare la rabbia crescente nonostante la sua figura carismatica.
La situazione dopo 4 anni di conflitti è tragica: più di mille morti tra gli ebrei, circa 5mila tra i palestinesi, la destra estremista saldamente al potere in Israele, e 2 anni dopo Hamas vincerà le elezioni in Palestina.
Tregua, sì, ma mai stati più lontani dalla pace. E infatti non appena Hamas vince le elezioni, si inaspriscono le misure israeliane per limitare le capacità offensive palestinesi. Ma questo significa anche perdere gran parte dei pochi diritti civili che questi ancora potevano avere. Significa embargo contro la Striscia di Gaza, le cui condizioni sono migliorate un po’ soltanto dopo che nel 2010 una flotta internazionale di pacifisti (Freedom Flottilla) forzò il blocco e venne attaccata dalle navi israeliane, provocando lo sdegno della comunità internazionale e l’ira di Istanbul, dato che le navi turche subirono le perdite maggiori.
Questo perché a seguito della vittoria elettorale di Hamas nel 2006, la Striscia di Gaza ora è sotto il controllo della fazione estremista, mentre la Cisgiordania è ancora guidata da Al-Fatah, il partito moderato che fu di Arafat e ora presieduto da Abu Mazen. Il paradosso è che Hamas, democraticamente eletta, è considerata un’organizzazione terroristica da mezzo mondo, mentre Abu Mazen, che ha dittatorialmente mantenuto il potere nonostante la sconfitta alle elezioni, è considerato l’interlocutore ufficiale dei Palestinesi. Il che non fa che allontanare ulteriormente qualsiasi speranza di pace, in quella regione.
E gli avvenimenti di questi giorni, confermano senza appello l’ipotesi che più il tempo passa, più le condizioni dettate da Israele, ed inasprite da Hamas non fanno che peggiorare la situazione.
Se mai c’è stato un momento in cui qualcuno era nel giusto, siamo arrivati al punto in cui sono entrambi accecati dal modo distorto che hanno ciascuno di far valere i propri sacrosanti diritti.

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